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2 novembre 2011

Recensione | EREWHON (Samuel Butler)


Molti accostano questo romanzo a “I viaggi di Gulliver” di Swift: io dico che, se avete letto quel libro, potete tranquillamente fare a meno di questo.

In epoca vittoriana un uomo emigra in un'imprecisata colonia inglese per fare fortuna e lì, ispirato dalle ondate di espansione di epoca passata, decide di esplorare il territorio alle spalle di una catena montuosa apparentemente invalicabile. Lì troverà una nuova civiltà, fondata, a suo dire, dalle tribù disperse di Israele.

Una civiltà in cui l'uso delle macchine è vietato, in cui povertà, bruttezza e cattiva salute sono reati gravissimi, mentre i crimini sono malattie da curare e compatire. Deciso a convertire quel popolo dalla loro assurda religione, sarà costretto a fuggire in modo rocambolesco, non prima di aver trovato la donna della sua vita.

Nella prima parte del romanzo, Butler descrive il suo viaggio ed il luogo in cui si trova, senza mai dire in quale colonia si finito (Erewhon è l'anagramma di Nowhere, nessun luogo), ma probabilmente egli fu ispirato dalla  sua temporanea emigrazione in Nuova Zelanda.

Nella seconda, invece, si occupa perlopiù di descrivere gli usi ed i costumi degli erewhoniani, parodia della società vittoriana. L'autore ci parla quindi delle banche musicali, banche di antica tradizione, ma scarsa solvibilità, che pure tutti frequentano per rispettabilità, con chiara allusione alla Chiesa. Altro punto centrale dell'opera di Butler è il libro delle macchine, in cui è spiegato perché queste non debbano essere sviluppate.

Era infatti idea dell'autore che queste avrebbero raggiunto un grado di conoscenza tale da soppiantare l'uomo. Chiaramente Butler fu ispirato dal darwinismo, ma, benché molti contemporanei fossero convinti che il libro della macchine fosse una parodia dell'Origine delle specie, l'autore precisò in seguito che egli fosse fermamente convinto di ciò che aveva scritto.

Non bisogna inoltre dimenticare che tutto il libro è pervaso dalla straniante inversione tra degenerazione fisica e degenerazione morale, tra malattia e crimine, che comunque mostra alcune lacune logiche e che gli erewhoniani hanno delle tradizioni religiose.

La vera nota dolente di questo romanzo è lo stile. La satira di Butler è molto fredda, distaccata, tracciata più dal disincanto del protagonista che dall'ironia, col risultato di non essere per nulla divertente.

I continui intermezzi in cui il narratore, cioè lo stesso protagonista, che ci presenta il resoconto dei suoi viaggi, chiede scusa per ciò che sta per (non) raccontare, risultando oltremodo stucchevoli e l'espediente di utilizzare nomi invertiti come Nosnibor abbastanza banale. Il tutto appesantito da una prosa vecchia di più di cent'anni.

Lo metterò nel mio archivio delle buone idee sfruttate male.

A cura di Diego

“Erewhon” di Samuel Butler, Adelphi, 237 pagg, 8,50 euro

Voto 5/10



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