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13 novembre 2011

LA CASA IN AUTUNNO di Ariberto Terragni



Poi una mattina decisi che quella casa non poteva rimanere vuota per un'altra stagione. Per colpa di Gloria, degli amici e della mia indolenza avevo evitato di aprirla anche quell'estate. Era rimasta vuota, spersa nella campagna della bassa, con il giardino incolto e la vigna alla malora. Non potevo più sopportare quell'idea. 

Mi alzai molto presto, prima della sveglia, che infatti disattivai con un buon quarto d'ora di anticipo, e scesi al bar per fare colazione. In quel periodo le cose non mi stavano girando molto bene, tra l'altro. Mi sentivo solo e frastornato, il lavoro non andava, l'ulcera non mi dava tregua. Avevo bisogno di cambiare aria, o forse mi illudevo che ciò bastasse. Già solo l'idea di abbandonare Milano al suo grigiore ammuffito mi dava un qualche sollievo, e forte di questa verità incontrovertibile cominciai a farmi coraggio.

Andai dall'avvocato per chiedergli le chiavi. Non mi interessava se andavo contro le regole, se in teoria non avrei potuto farlo, se, in altre parole, il sistema giocava ancora contro di me. Ingollai in fretta e furia il mio caffè e corsi in zona Brera, dove aveva sede lo studio dell'avvocato, un tizio elegante e composto, desideroso di rispettare i cavilli ma anche, così mi pareva, ben disposto nei miei confronti.

“Un momento e può entrare.” Disse la segretaria. Varcai la soglia dell'ufficio come un treno e gli dissi di getto quello che avevo in mente di fare: visionare questa benedetta eredità, con la promessa che non avrei manomesso niente e che tutto sarebbe rimasto come prima. L'avvocato si aggiustò gli occhiali sul naso piccolo e aguzzo, tergiversò, disse che prima bisognava sentire mio fratello. Presi la cornetta, quasi gli gridai di chiamarlo subito. L'uomo parve sorpreso. In un tic convulso strizzò l'occhio, ma non stava ammiccando; si aggiustò la cravatta, compose il numero.

Non ero in buoni rapporti con mio fratello Graziano. Non speravo in nulla. Contavo sull'effetto sorpresa. Rispose, sentii che l'avvocato parlottava, annuiva, abbozzava spiegazioni a monosillabi. Poi me lo passò, con un gesto secco della mano: “Ma che intenzioni hai?” La voce calda e virile di Graziano.

“Voglio solo tornare in quella casa, passarci qualche giorno, aprire le finestre, fare entrare un po' di luce.” 

Silenzio. Un attimo di incertezza. Un sospiro: “Va bene, ripassami l'avvocato che glielo dico.” Non mi pareva vero. Osservai gli occhi inespressivi dell'avvocato mentre riceveva l'assenso. Disse solo: “Le chiavi non le ho io, sono rimaste al fattore Casi, le chieda a lui.”

Quella era la casa di nostro nonno. La casa delle gite estive, la casa della nostra infanzia. Poi era morto. Liti tra fratelli sulla spartizione dell'eredità, e la casa che da allora era rimasta a marcire, voluta da nessuno ma contesa da tutti, per puro capriccio. 

Correvo sull'autostrada ora. Libero, con la musica di Eric Clapton che usciva dalle casse e l'aria tiepida del primo autunno che entrava dai finestrini. 

Mi ero rovinato l'estate, mi sarei rifatto con la mezza stagione. Mentre guidavo infilai l'auricolare e avvertii la segretaria di produzione del mio ufficio che andavo in ferie. “Ma come, adesso?”

“Le ferie estive non le ho toccate, controlli.” Me la immaginavo. Incredula e inamidata mentre scorreva uno dei suoi registri digitali. Non le pareva vero: “Quanto sta via?”

“Una settimana, mi basta una settimana.” I capi forse avrebbero avuto da ridire, ma poi avrebbero capito, in fondo avevo lavorato per cinque durante tutto il mese d'agosto. Ora eravamo a ottobre, l'organico era al completo, avrebbero potuto fare a meno di me per qualche giorno. 

Appena fuori dalla cerchia di Milano sentii l'aria cambiare, diventare più densa ma al tempo stesso più tersa. Non più l'oscurità lattiginosa che mascherava i contorni e opacizzava i colori, ma nuove sfumature di colore, più ricche, più pure. 

In due ore percorsi la distanza che mi separava dalla casa. Da bambino quel breve viaggio mi sembrava interminabile, mentre ora era durato troppo poco. Troppo poco per spiegare la differenza di ambiente e colori e linguaggio che separava il mio mondo di oggi dal mondo di ieri. Non è una romanticheria, ma una realtà che non riuscivo a digerire, che mi faceva sentire fuori posto ovunque. Il paese per fortuna era rimasto identico. Qualche distributore di benzina in più, qualche casetta che prima non c'era, ma nella sostanza era quello che ricordavo. E' strano e confortante ritornare in un luogo e trovarlo uguale. Mai dare per scontata questa sensazione. 

I campi in direzione dell'Emilia erano gialli e ocra, una distesa bagnata dall'arancio di un sole grande e pesante. 

Andai dal fattore, ma non c'era nessuno. Provai suonare il campanello con insistenza più volte, ma niente da fare. Me lo ricordavo sempre in casa quel vecchietto. Pensai che fosse morto, ma poi mi convinsi che non poteva essere così. Tornai sui miei passi verso la via principale e ripresi la macchina. La nostra proprietà era circa due chilometri fuori dal centro abitato: un piccolo terreno e una casa di due piani con scantinato. La ritrovai dopo poche curve. La strada un tempo sterrata era diventata una comoda lingua d'asfalto, e tutte intorno erano sorte altre costruzioni, che simulavano lo stile rustico di un tempo anche se erano dotate di tutte le comodità immaginabili.

La casa era là, a ridosso di un boschetto di betulle. Immobile, isolata. Un piccolo e solido punto esclamativo in mezzo a una massa limpida di erba, aria e luce. Lasciai la macchina un poco dietro, per godermi a piedi almeno un tratto di strada. Qui io e Graziano giocavamo. Su quelle piante, in quell'erba. C'era ancora l'eco delle nostre risa da qualche parte. Mi sembrava di profanare quella memoria anche solo muovendo i passi nel terriccio umido. L'aria del tardo pomeriggio colmava i polmoni di fragranze terrigne e primordiali. E' un sentore che si avverte solo in questo periodo dell'anno, né prima né dopo, tanto è leggero e fragile il suo equilibrio. 

Era tutto come ricordavo, più o meno. C'era qualche crepa di troppo, qualche tegola da sostituire, ma nel complesso pensavo peggio. Notai due biciclette appoggiate al grosso ciliegio dove da piccolo mi arrampicavo. Due biciclette non legate, adagiate sul tronco. Notai che le imposte erano aperte e la finestra del primo piano socchiusa. C'era qualcuno. Doveva essere il fattore. “Casi, è lei?” Gridai “Sono Giorgio, il nipote di Alfredo!” Nessuna risposta. 

Mi mossi in modo circolare, per controllare se ci fossero altre tracce di vita, ma tutto era cristallizzato. persino la vecchia altalena scrostata era ancora al suo posto, dove l'avevo lasciata tanti anni prima. Mi accostai alla porta d'ingresso, era aperta. Dentro, i mobili erano gli stessi. Il tavolaccio di legno, la poltrona di velluto verde. La credenza con i vetri smerigliati. Mi ricordavo tutto molto più grande; ora mi pareva di entrare in una specie di casa delle bambole. C'era odore di cucina, come se qualcuno avesse mangiato da non molto. 

Salii le scale. Sentii un brusio, un cigolio sommesso. Rallentai il passo. Non avevo paura, ma sentivo dentro di me che non potevo affrontare quella situazione bruscamente. Mi prendevo il mio tempo, e salivo. Arrivai in prossimità di una delle due camere. Il cigolio era inequivocabile ora. Attesi qualche secondo, cessò. Bussai alla porta, per quanto pazzesco fosse. Gran movimento, voci. “Chi c'è?” Mi chiese una voce tremante. Aprii la porta. Mi trovai di fronte un ragazzo magro e pallido con gli occhi pieni di terrore. Era a torso nudo e stringeva paralume in mano, a mo' di scudo. Con voce ferma gli dissi chi ero. Lui avvampò di rossore. Solo allora mi accorsi che dietro di lui, rannicchiata tra le lenzuola c'era una ragazza. Vedevo solo uno spicchio di viso, nascosto dalla folta capigliatura castana e liscia. 

“Ci scusi, ci scusi davvero, noi non... sono Marco, il nipote di Casi, il fattore.”

Non dissi niente. Risi, lui non capì. Il fatto di trovarmi in quella inaspettata sensazione di vantaggio mi diede un certo benessere. “Non mi devi giustificazioni, o forse me ne devi, ma io non ne voglio.” Era la stanza da letto in cui dormivamo io e mio fratello tra l'altro. “Scendiamo” dissi “me lo sai fare un caffè?”

Andammo al piano di sotto. Marco si diede un gran daffare con la caffettiera e mi servì una tazzina bollente con le mani che ancora tremavano. Mi spiegò che anche suo nonno era morto, e che aveva sottratto le chiavi dal cassetto per venire qui di tanto in tanto con Stefania, la sua ragazza. “Non abbiamo rovinato niente, lo giuro.” Una parte di me tentava di indignarsi, di pensare alla profanazione di un santuario. Ma alla mia parte cosciente, e forse anche più stanca, veniva solo da ridere, e perdonare. “Avete fatto bene.” Mi sentii dire. Marco era sorpreso. Scese anche Stefania, Con addosso jeans e maglietta bianca. Non molto alta, atletica, abbronzata. Disse qualche frase imbarazzata per scusarsi. “Ho appena detto al tuo ragazzo che avete fatto bene.”

“Bene in che senso?” Chiese lei con fare un po' inebetito.
“Bene, nel senso di bene.” Bevvi il mio caffè. “Quanti anni hai?” Le domandai.
Lei indugiò un attimo: “Diciannove.” 

Li salutai ancora una volta. Ripresi la mia macchina e tornai indietro. Forse avrei dovuto rimanere, pretendere non so neanch'io che cosa. Ma per quale ragione in fondo? Una casa è di chi la abita. Una casa disabitata muore. Le generazioni si rincorrono, e quelle quattro mura, così come erano sopravvissute a mio nonno, sarebbero sopravvissute anche a me. Mi appariva tutto così chiaro, così cristallino che ad un certo punto mi sentii penosamente vuoto, avvinto dal peso della vita, all'improvviso privo di senso. 

Accostai la macchina. Mi fermai in prossimità di una radura ai lati della strada e rimasi lì, incerto sul da farsi, con il fiato corto e gli occhi secchi. Gli ultimi bagliori del tramonto cedevano il passo ai fari delle auto, al flusso delle cose che continuava e continuava. 

Ariberto Terragni

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