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19 ottobre 2011

IL DIARIO



I diari sono una tappa di difficile decifrazione in letteratura. E' improprio definirli genere, è un po' forzato tentare di inserirli in una categoria. 

La prima considerazione che mi viene in mente è che sono un campo aperto, dove ogni scrittore, ogni intellettuale ha messo in gioco se stesso e le proprie idee con una libertà introspettiva che altrove sarebbe complicato e forse anche incongruo raggiungere. 

Nei diari si lanciano le linee tematiche della propria vita, e solo in seguito si potrà poi capire se questi grovigli di pensiero troveranno una collocazione definitiva – per esempio all'interno di un'opera – o se invece saranno destinati a rimanere sospesi, irrealizzati. 

Certo non sono solo gli scrittori a lasciare testimonianze diaristiche. Mi vengono in mente registi, pittori, politici, uomini di scienza. Da Werner Herzog a Ludwig Wittgenstein, da Ciano a Schiele. 

Ci sono i diari del grande danzatore Nijinsky e dell'immaginifico Ludwig di Baviera. Ne ho letti un po' nel corso degli anni: è una battaglia persa rintracciare dei punti in comune oltre alle date e ad una stesura grossomodo cronologica. 

Ecco perché il diario non è definibile come genere: vista la sua intrinseca libertà realizzativa sono troppe le possibilità che contempla, troppe le vie, ciascuna ascrivibile alla forma mentis del suo autore. 

Non stiamo parlando di stile, né di talento, né di abilità, ma di qualcosa di più interno ai meccanismi creativi (e che in qualche modo sta a monte dei meccanismi stessi). Un unicum in letteratura. Non c'è genere (usiamo il termine per comodità) che si presenti tanto frastagliato e poco propenso ad essere incasellato in un'unica soluzione critica. 

Ci sono diari che sono rendiconti, come quello splendido scritto da Eleanor Coppola in merito alla realizzazione di Apocalypse Now, intitolati Diario dell'Apocalisse: un precipitato di suoni, odori, colori, ricordi che da soli reggono il confronto con uno dei grandi capolavori della storia del cinema.

Completamente diversi da quelli di Werner Herzog (La ricerca dell'inutile), che di cinema in senso stretto parlano poco o niente, ma spaziano attraverso la descrizione delle piccole sconfitte quotidiani e delle vittorie insignificanti che acquistano valore solo in relazione ad un progetto più grande.

Per tornare in ambito di narratori puri credo che un grande esempio di diario sia Il peso del mondo, ormai introvabile cimelio editoriale pubblicato in Italia da Guanda e scritto da Peter Handke: una sinossi quasi poetica, intensa, concentrata sulle piccole variazioni d'umore, come se l'autore puntasse a rendere con la parola la cronistoria di uno stato d'animo. 

E così gli oggetti prendono vita e senso, le sfumature della solitudine acquistano di colpo spessore e immagine. Analoga, ma più versata in termini di analisi e critica, l'esperienza di Cesare Pavese: il suo Mestiere di vivere rappresenta, secondo me, uno dei massimi tentativi di approccio intellettuale ad un'esistenza e ad un mestiere, tanto da confondere spesso i piani, sfumando di molto i confini tra il vivere e lo scrivere. Naturalmente gli esempi potrebbero essere molti altri. 

Di certo il diario consente di osservare la Storia (sia intesa come storiografia che come storia della letteratura e delle idee) da un'angolatura diversa, defilata e al tempo stesso centrale: un metodo decentrato, lontano dal formalismo ineccepibile ma magari riduttivo a cui spesso sono affidati gli studi filologici su un autore o su un periodo storico, ma in grado di restituire la pienezza e la vitalità della vita mentale nel suo svolgersi.

A cura di Ariberto

Per approfondire:


"Il mestiere di vivere" di Cesare Pavese, Einaudi, 666 pagg, 16.00 euro


"Il peso del mondo" di Peter Handke, Guanda, 139 pagg, 7.00 euro


"Diario dell'Apocalisse"di Eleonor Coppola, Minimum Fax,


"La conquista dell'inutile" di Werner Herzog, Einaudi, 347 pagg, 9.50 euro


"Diario" di Giuseppe Bottai (in due volumi), Bur, 652 pagg, 10.28 euro

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