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26 luglio 2011

INTERVISTA A IAGO




L’esperienza a Libri da Scoprire ci ha permesso di conoscere alcuni di voi Readers, ma soprattutto di incontrare nuovi scrittori. Iago era nostro vicino, prima ci ha invitato al suo stand, poi ci ha donato una sua poesia (creata sul momento e che pubblicheremo sulla nostra panchina) ma soprattutto con estrema cortesia si è presentato e ci ha parlato del suo mondo.


Iago, all’anagrafe Roberto Sannino, nel 2004 vince il concorso indetto da Renato Zero, Fonopoli – Parole in movimento, con la lirica il “Biancospino”, pubblica in seguito Negativo a colori (Akkuaria, 2007) e Delirium Tremens (Giulio Perrone, 2009). Ospite in importanti antologie a edizione limitata come Da “I Parchi Letterari” ai poeti contemporanei (Edizioni Artescrittura, 2009) e L’ape poeta (Edizioni Artescrittura, 2009) nelle quali compare al fianco di nomi illustri quali Maria Luisa Spaziani, Elio Pecora, Alberto Bevilacqua e Dante Maffia.

A noi ha concesso questa breve intervista ed è stato un piacere farlo accomodare sulla panchina del lettore.

Grazie, Iago. Immagino che molti ti chiedano del tuo pseudonimo, perché la scelta sia ricaduta su Iago, come hai cominciato a scrivere poesie, a chi ti rivolgi, ecc. Io preferirei che fossi tu a fare una breve presentazione di te stesso, raccontandoci ciò che ritieni più opportuno.

Il mio nome d’acqua è Roberto, appartenente alla stirpe dei Sannino-Pastorini marinai i primi e contadini i secondi. Durante la mia vita non ho mai portato a termine un progetto, per superficialità e codardia. Quando alcuni anni fa mi sono scoperto poeta ho capito che la strada della poesia sarebbe stata l’unica; per questo necessitavo di un nome che incarnasse una rinascita, diversamente simile alla precedente. Iago, il personaggio dell’Otello, mi ha da sempre affascinato non nel sua connotazione maligna, ma nella ferma consapevolezza di scopo che può nascere solo da una profonda conoscenza delle dinamiche umane e delle relative perversioni. La prima poesia mi ha aiutato ad uscire da un labirinto di vie oscure che potevano condurmi alla follia, ora convivo con i mostri e con gli angeli del quotidiano, in bilico fra luci ed ombre, alla continua ricerca della forma del bene verso cui ho scelto di proiettare le mie scelte di vita. Credo nel sentire comune pur considerando il poeta un disadattato, un male inserito che vuole sopra ogni cosa comunicare, condividere, essere aiutato. Mi rivolgo a quanti hanno l’accortezza di recepire un messaggio, le mie sono intonazioni che rivolgo alla persona attuale, come per chiedere: anche per voi è così? 


A leggere il tuo ultimo libro di poesie, si ha l'impressione di uno Iago “cupo”, ma ho letto alcuni commenti e la poesia che hai pubblicato sul tuo Blog il 20 Aprile 2010 che invece ci raccontano di una persona cui piace l'ironia: qual è la natura preponderante in Iago?

Non esiste. Mi reputo coinvolto da qualsiasi situazione, ho molti inediti conditi dal sale dell’ironia, è fondamentale per un poeta prendere in giro se stesso, ammettere la componente infantile senza mai ucciderla del tutto. Credo che un poeta serio in ogni sua apparizione sia di una noia mortale. L’equilibrio fra le sensazioni e le storie segue la metrica personale e la poesia è grande quando riesce a stabilire una giusta connessione fra le piccole difformità, sia tecniche che umane. Per risponderti quindi dico che in Iago ciò che emerge è la volontà cosciente di cantare il mondo in tutte le sue note.

Spesso i paragoni possono risultare fuori luogo ed anche sgradevoli, ma nel leggere le tue poesie è facile pensare a Thomas Eliot: per dare al lettore informazioni su cosa aspettarsi dalla tua opera, ti sentiresti di indicare qualche autore cui ti ispiri?

È importante trovare delle voci fuori dal coro che ti sostengono, Eliot rientra fra queste, ma per onestà ammetto che non posseggo una preparazione accademica che mi abbia educato. Mi si è aperto un mondo sconosciuto e pieno di visioni di altri artisti. Mi ha stupito verificare come molte opinioni dei grandi della letteratura sono simili alle mie, pur non avendoli studiati in precedenza. Questo rivela che poi le affinità ci possono essere anche se separati dal tempo e dalle situazioni. Non attingo da nessuno in particolare, io leggendo ascolto i pensieri dei grandi poeti del passato, salto le note del critico che inventa una poesia nella poesia solo per evidenziare la sua preparazione e mi tuffo nel verso dell’artista. Senza pregiudizi e senza filtri. Il compito più difficile di un poeta è lavorare lontano dal foglio, confrontarsi, prendersi a schiaffi, migliorarsi per contribuire a rafforzare l’edificio della poesia, oggi più che mai barcollante sotto i colpi del guadagno. Ammiro invece l’opera poetica di Cristo, i suoi appelli orali sono musica senza note; coerenza vera come il volo dell’ape; ecco nelle mie opere esiste una coerenza tra quello che scrivo e ciò che faccio.


Recentemente abbiamo realizzato la recensione della tua ultima opera “L'alibi perfetto”: pensi di dover aggiungere o rettificare qualcosa a quanto scritto in quell'articolo? 

No assolutamente. Cerco dei punti di vista eterogenei, la postfazione del libro da voi recensito, l’ho volutamente affidata a Luciano Caglioti, un luminare della chimica italiana. È opportuno allargare il raggio di compenetrazione dei giudizi, oggi la poesia è autoreferenziale, cerimoniosa, imborghesita. La storia del verso mi  insegna invece che lei è un punto di rottura, di riflessione vera e perché no anche di svolta.


Ci descriveresti le altre tue opere? Quali tematiche affrontano? Ce n'è qualcuna a cui ti senti particolarmente legato?

Le tematiche non le affronto perché ne faccio parte. La mia è un’unica, lunga e rapsodica poesia, farei di certo a meno di nominare gli scritti ma capisco che creerei confusione. Un conto è quello che vedo altra cosa è stabilire un contatto costruttivo con chi acquista i miei libri. Con più precisione dico che mi sento slegato in modo particolare da ogni mia opera perché nel momento in cui è completata non è più mia, appartiene al tempo, alle intemperie delle opinioni. 


Solitamente, o perlomeno è auspicabile che  uno scrittore abbia qualcosa da comunicare: non hai paura di essere frainteso, scrivendo in versi?

Il timore di essere frainteso non lo subisco. Credo invece alla necessità di avvicinarsi alle persone che per una lunga serie di fattori non hanno tempo da dedicare alla lettura poetica, che richiede impegno e preparazione concettuale. In questa ottica, d’accordo con la Bel-Ami edizioni che ha abbracciato in piena il mio progetto, eseguo poesie istantanee nei comuni che accettano di ospitarmi. Nei borghi c’è molto materiale che mi chiede di essere versificato su carta, le persone sono molto interessate, comunichiamo in modo costruttivo. Mi emoziona molto scrivere per gli altri, gli accademici mi criticano, perché a loro detta la poesia deve uscire solo dopo una fitta serie di correzioni, inoltre loro non permettono la libera circolazione delle opere aumentando la distanza tra il poeta e la realtà umana; questo è il mio punto di rottura con i contemporanei: io affermo di scrivere una poesia prima di prendere la penna in mano.


In passato hai dichiarato che da quando hai scritto la prima poesia, non riesci più a farne a meno: a parte la “scrittura compulsiva”, se mi concedi il termine, come crei le tue raccolte?

Semplicemente mettendo insieme gli scritti che hanno caratteristiche simili, che vedono la mia sensibilità parlare con lo stesso tono d’indagine. Per essere più chiaro immagina di avere di fronte la carta dei colori (le mie poesie), poi metti insieme quelle simili (le gradazioni cromatiche sorelle). Scrivo tutti i giorni, ho accumulato migliaia di poesie inedite. La mia carta dei colori pesa.


Quali sono i tuoi prossimi progetti letterari e quelli in corso?

La mia missione è portare la poesia sotto gli occhi della gente, quindi in primo piano rimane la scrittura compulsiva (mi piace il termine) nelle piazze. Sto lavorando su  tre romanzi poetici, presto però mi dedicherò solo a uno, spero di terminarlo entro l’anno. Prossimamente mi esibirò insieme ad un fotografo e ad una musicista, al forte SanGallo di Nettuno. Anche la sinergia fra le forme d’arte mi affascina, come rimango colpito dall’ assenza di un certo fermento culturale. Manca la connessione fra le varie menti a costituire un interesse artistico comune. Gli artisti di oggi sono troppo specifici, non si confrontano con i differenti approcci creativi vivono per se, raffreddando il loro estro.


Noi ci dichiariamo sempre, se non altro perché lo siamo, dalla parte dei lettori: daresti a questi ultimi qualche suggerimento per delle buone letture?

Mi piace l’idea che ognuno si costruisca la propria biblioteca in base al gusto letterario. Però in qualunque casa non possono mancare i nostri grandi: Pirandello, Montale, Ungaretti, Pasolini, Merini, Pavese, Calvino, Deledda… Iago. Non perché sono italiano, leggo molto dai classici ai contemporanei, ma devo dire che noi abbiamo i migliori scrittori di sempre, anche se negli ultimi decenni ho assistito alla scomparsa della narrativa pura, questo è un male.


Grazie per il tempo che ci hai dedicato

Prego, è stato un vero piacere. 

A cura di Diego