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5 maggio 2011

Intervista a ANDREA CORONA

Oggi per la rubrica We Want You, intervistiamo Andrea Corona, giovane autore di “Giochi ringhistici” (leggi la recensione), che abbiamo incontrato alla Fiera della Piccola e Media Editoria a Roma. Andrea è appassionato di archeologia, letteratura, cinema, psicanalisi e filosofia, che studia nel corso di Laurea in Filosofia, Politica e Comunicazione presso l'Istituto Universitario Orientale di Napoli, ed oggi vogliamo parlare un po' di lui e di questa sua prima pubblicazione.

Salve, Andrea. Comincerei con una domanda d'obbligo. La passione per la filosofia da dove nasce? Vuoi spezzare una lancia in favore della filosofia che, al giorno d'oggi, è spesso considerata superflua?

Salve a te, Diego. Sono tanti i motivi che mi hanno avvicinato alla filosofia, ma fra di essi ce n’è forse uno che potrebbe interessare i lettori di Reader’s Bench. 

Quand’ero adolescente e gli amici mi chiamavano filosofo, io ribattevo, tra il serio e il faceto, che il filosofo è già uno studioso e che io potevo essere tutt’al più uno “studista” che cercava ancora di capire come si deve studiare per rapportarsi adeguatamente ad un testo. Prima ancora di studiare la storia, la geografia, la storia dell’arte, la letteratura o la storia della filosofia – solevo ripetermi – sarebbe meglio che imparassi a studiare lo studio, a capire cioè come si deve studiare in generale se si vuole studiare il particolare. 

Ciò che mi interessava, ancor prima delle letture in sé, era l’atteggiamento del lettore (oggi quella mia definizione di “studista” mi fa sorridere, ma in fondo il concetto che intendevo esprimere non era forse così banale e scontato). Mi resi conto, infatti, che la distinzione tra “lettori forti” e “lettori deboli” non si esaurisce semplicemente nel numero di libri che si leggono. Il lettore debole può essere, è vero, chi legge poco (in genere, esclusivamente quei libri di cui pensa di condividere tesi e/o stile), ma, in verità, è “debole” anche chi legge molto e tuttavia riesce ad apprezzare comunque solo quei pochi libri di cui pensa di condividere tesi e/o stile.




Il lettore forte, di contro, è chi legge un gran numero di libri, ma soprattutto è chi legge con metodo, senza chiedersi ogni volta “è questo il libro che avrei scritto io se avessi potuto?”. Tipica domanda del lettore debole, infatti, è: “quest’autore la pensa come me (e dunque è intelligente), o la pensa diversamente da me (e dunque è un incompetente)?”. Ecco, questo è un atteggiamento sicuramente da evitare. Porsi tali domande, infatti, significa semplicemente non assumere una condotta adeguata, perché in tal modo molti libri finiscono inevitabilmente per suscitare antipatia. Una persona non potrebbe mai, ad esempio, scrivere come Sigmund Freud e al contempo come il suo allievo Alfred Adler, dato che le loro tesi e i loro stili erano estremamente dissimili. Ma ciò non toglie che uno studioso serio debba leggerli entrambi con attenzione. 

Non c’è infatti alcun valido motivo di mettersi a fare il tifo per questo o quell’autore a discapito di un altro come fossimo allo stadio, perché, appunto, non siamo ad un derby calcistico. E il primo insegnamento che riceve chi si accosta allo studio della filosofia è proprio questo: che i filosofi non si somigliano affatto tra di loro, che le loro tesi sono talmente diverse, spesso inconciliabili, che parteggiare per questo o quel pensatore è davvero un cattivo affare, perché significa, di fatto, mettere al bando tutti quanti gli altri. 

Ad ogni modo, chi si avvicina alla filosofia, comunque, lo fa certamente per raggiungere una sorta di comprensione di sé e di saggezza nella vita, una consapevolezza di sé che è anche una cura di sé; e del resto la filosofia nasce come governo dell’anima. Ovviamente, però, per considerarsi filosofi non basta certo essere introspettivi o riflettere sulle cose (il filosofo è ben lontano dall’essere una sorta di opinionista), così come non basta la passione (che da sola è del tutto insufficiente), perché ciò che fanno i filosofi è innanzitutto studiare. Storia, letteratura, scienze (umane e non), testi antichi, lingue (vive e morte) e molto altro ancora. 

Quanto alla seconda parte della domanda, circa l’opinione sulla filosofia, rimando a più in basso.
Quella per il wrestling? Cosa rispondi a chi lo considera violento e diseducativo?

Non mi occupo di invettive né di apologie del wrestling e non prendo posizioni in tal senso (la questione esula infatti dai temi trattati in Giochi ringhistici). Se vuoi conoscere la mia opinione, comunque, direi che molto dipende dal complesso di Caino e dalla rivalità tra fratelli, con particolare riguardo ai sentimenti di odio del figlio primogenito nei confronti del fratello minore. 

Quando un bambino tira un pugno alla sorellina, si tratta fuor di dubbio di un evento spiacevole, ma è certamente un episodio indicativo di un odio già radicato. Ma, appunto, si tratta di un piovere sul bagnato. Chi vuol bene alla sorellina non le molla un cazzotto sul naso, punto e basta. Il wrestling è solo un pretesto, così come lo sarebbe qualsiasi altro evento (sportivo, televisivo, reale, fittizio, cinematografico o quel che si vuole). 

Di certo la violenza in tv o al cinema non è la vera causa degli episodi di violenza fisica (al limite potrebbe essere una concausa, ma sempre all’interno di situazioni già compromesse). Il mio consiglio ai genitori è pertanto il seguente: studiate libri di psicoanalisi, di psicologia dell’età evolutiva, testi sulla rivalità tra fratelli. Prima citavo Alfred Adler, che è un buon esempio, ma ci sono tanti altri volumi utili sull’argomento. 

Per far fronte al problema, non ritengo pertanto molto efficace scrivere lettere di protesta ai giornali per far rimuovere le scene di violenza dai palinsesti televisivi. Suggerirei, piuttosto, di studiare libri di pedagogia e di psicoanalisi, o, meglio ancora, di rivolgersi a degli specialisti (chissà allora che il wrestling, e con esso buona parte della violenza in tv, non abbia semmai il merito di segnalare ai genitori situazioni afferenti al complesso di Caino e simili). La passione per il wrestling, in ogni caso, nasce da bambini, quando è difficile non rimanere catturati, sedotti, da quell’esplosione, quasi carnevalesca, di luci, colori, suoni, maschere e costumi.

Due passioni apparentemente non facili da coniugare: come è nata l'associazione tra le due discipline? Quale delle due ha portato all'altra?

Ti ringrazio molto per questa domanda, perché mi permette di spiegare che Giochi ringhistici non è frutto di stravaganza. Tutto parte dalla considerazione che un buon saggio debba situarsi all’interno di un determinato dibattito, riprendendone temi, testi e autori, salvo poi aggiungere qualcosa di nuovo e di inedito da rivolgere ai diretti interessati (cioè agli studiosi che, sia direttamente e sia  indirettamente, prendono parte al dibattito). 

Quando si scrive un saggio, ciò che conta maggiormente è evitare di parlarsi addosso, così come uscire dalla condizione di “uno che sta dicendo una cosa”. Per far ciò, è bene rinunciare a scrivere tutto ciò che si vorrebbe, e scegliere invece con cura una gamma di argomenti più delimitata, per dare così una direzione e un’identità più precisa al proprio testo. Non serve a nulla auto-compiacersi e scrivere per se stessi (quel che prima chiamavo “parlarsi addosso”), così come non serve a nulla rivolgersi alla società (parlando così come farebbe “uno che sta dicendo una cosa”). 

Anche la scelta dei destinatari, infatti, è di primaria importanza. L’idea del libro è nata da una semplice constatazione: il wrestling si situa senza forzature all’interno dei numerosi dibattiti socio-semiologici e filosofico-linguistici sulla natura del gesto nel gioco e nello sport. A volte mi capita di ricevere delle e-mail, come quella di una professoressa, interessata allo studio del gioco, la quale ha richiesto una copia di Giochi ringhistici per la biblioteca della sua Fondazione. Posso dire con piacere che ad oggi, vale a dire a due anni di distanza dalla pubblicazione di Giochi ringhistici, mi capita ancora di esser contattato da persone interessate alla diffusione del mio saggio. Direi che questi sono segnali positivi e concreti che denotano la buona riuscita dei propositi che mi ero prefissato.

C'è chi giudicherebbe un po' azzardato l'accostamento tra wrestling e filosofia (io sulle prime l'ho fatto), però abbiamo assistito ad altre associazioni ancora più ardite, come Pornosofia di Simone Regazzoni. Secondo te è giusto ricercare sempre e comunque una spiegazione filosofica in tutto ciò che ci riguarda? Fino a che punto ci si può spingere senza andare nella forzatura? Dove credi che sia il confine, se c'è, tra i ragionamenti di tutti i giorni e la filosofia?

Tengo a ribadire questo concetto: ciò che conta è argomentare le proprie tesi, per quanto possibile, con criterio e con precisione, senza strafare e senza atteggiarsi a filosofo o dare lezioni di storia della filosofia alle masse. Nel mio caso, ti faccio quest’esempio: nella Retorica di Aristotele si legge che la rappresentazione della tragedia agisce sullo spettatore attraverso eleos e phobos (strazio è ansietà), che piombano sullo spettatore e lo travolgono come qualcosa di straziante che fa raggelare il sangue producendo un brivido. Strazio e ansietà sono, per Aristotele, modi che attestano la potenza e il fascino di ciò che viene rappresentato. 

Ora, avendo tu letto Giochi ringhistici, avrai certamente notato l’affinità tra queste tesi e quelle del terzo capitolo del mio saggio. Ebbene, perché allora non ne ho parlato? Il motivo è semplice: che senso avrebbe avuto inserire la Poetica e la Retorica di Aristotele all’interno di un saggio sulla gestualità nel wrestling? Nessuno, dato che gli studiosi di Aristotele non sono minimamente interessati al wrestling. Ecco perché nel libro menziono solo i nomi di quegli studiosi che si sono dedicati all’analisi sociologica o semiologica del gioco come Huizinga, Caillois e Bateson. Detto con molta schiettezza, sono questi i nomi che ho ascoltato nel corso dei dibattiti sul gioco, e sono questi i nomi che ho ripreso nel libro. Infine, scorrendo la bibliografia di un saggio sul wrestling e ritrovandovi il nome di Aristotele, ci sarebbe, lo credo fermamente, da insospettirsi (il riferimento potrebbe infatti apparire pretenzioso). 

Quanto alle altre cose che mi chiedi, ti rispondo che è certamente giusto cercare una spiegazione nelle cose, ma che tali spiegazioni non vanno inventate, e che occorre soprattutto saper valutare quando ricorrere a una spiegazione filosofica, quando ad una psicologica, antropologica, sociologica e così via. Quel che sto cercando di dire è che le considerazioni filosofiche non sono tali fino a quando non poggiano su di una bibliografia molto vasta, dalla quale trarre alla bisogna i riferimenti più opportuni. E ti dico anche che bisogna saper essere “aristocratici” (nel senso che la filosofia non è un’ancella che va con tutti). 

Considera i salottini pomeridiani in tv, dove si discute su chi sia più geloso tra uomo e donna, o più vanitoso, o più spendaccione o chissà cos’altro. Ebbene, chi ha ragione? Chi risponde “uomo”, chi risponde “donna”, chi sostiene che non si possa generalizzare o chi altri ancora? La risposta, a mio avviso, è molto semplice: ha ragione chi si occupa di quadri. O di scienze, o di lettere, o di storia; ma di certo non ha ragione chi prende parte ai salottini in tv. Avere ragione non significa “la mia tesi è valida e la tua no”, ma significa disporre anzitutto di una capacità di raziocinio (“ragione”, appunto) sufficiente a capire che è bene volgere le proprie attenzioni, il proprio tempo e i propri sforzi allo studio, e non alla televisione urlata. Ovviamente, con ciò non voglio indurre nessuno a scagliarsi o schierarsi contro questa o quella trasmissione televisiva, giacché, per l’appunto, non è saggio parlar male del Grande Fratello, ma è saggio parlar bene di Matisse.

Il tuo prossimo lavoro riguarderà la relazione tra “fisica e filosofia”, un binomio che fa subito pensare ad Heisenberg: come giudichi il lavoro di questo illustre predecessore?

È interessante ravvisare i motivi per i quali Einstein, in polemica con Heisenberg, rifiutò il suo principio d’indeterminazione. Lo rifiutò proprio perché ne capì per primo le incredibili implicazioni, alle quali non riusciva a credere (e non a caso le dicevo “incredibili”). Non mi dilungo su queste implicazioni, perché sarebbe difficile farlo qui, ma posso in compenso dire qualcosa sull’importanza che la filosofia assunse per un altro grande fisico, Schrödinger. 

Il pensiero scientifico, si sa, ha radici ben profonde nella tradizione occidentale, ma pochi sanno che Schrödinger tenne per un anno intero delle lezioni universitarie sui presocratici. I fisici, diceva, non litigavano per via di grandi e complessi calcoli, ma per via di alcuni concetti basilari, che andavano però ridefiniti. Prendiamo l’atomismo greco (è sempre Schrödinger a parlare) e vediamo a che problemi andiamo incontro: Democrito e Leucippo, i primi sostenitori dell’atomismo, vedevano nell’atomo l’elemento scomponibile e indivisibile che costituisce la materia (“atomos”, in greco, vuol dire appunto non-divisibile). Si trattò fuor di dubbio di una grande intuizione. 

Il problema, però, nasce proprio qui, nella composizione della materia, che prevede che gli atomi si leghino fra di essi, attaccandosi gli uni agli altri. Un atomo, cioè, può legarsi con un altro atomo alla sua destra ed un altro ancora a sinistra. Ed ecco il paradosso: se un atomo ha una destra e una sinistra, cioè un lato destro ed uno sinistro, o un lato superore ed uno inferiore, allora è difficile pensarlo indivisibile. Può infatti essere diviso in due, separato nelle sue parti. E non è tutto: il bello è che questo stesso problema venne individuato da alcuni atomisti successivi a Democrito e Leucippo, i quali pervennero alla seguente conclusione: occorre che all’interno dell’atomo stesso vi siano delle “grandezze minimali” che non possono essere attraversate, rotte o scomposte. Ma come figurarsi queste “grandezze”? Esse vennero probabilmente concepite alla stregua del punto geometrico euclideo, ovverossia come un punto senza estensione. Ed è proprio così che, tornando ad Heisenberg, si è poi finti per considerare la parte più intima della materia, arrivando infine a sostenere che finché l’energia non si manifesta in particelle (materia) non è soggetta a spazio e tempo.

Parlando di filosofia e scienza, cosa pensi della filosofia contemporanea? Pensi che tenga conto a sufficienza delle realtà scientifiche?

Certamente sì. E con questo rispondo anche a ciò che non ho detto in apertura circa l’opinione di cui gode la filosofia. Dunque, mi sento di dire in tutta tranquillità che non esistono obiezioni ben argomentate contro la filosofia, ragion per cui non credo dovremmo preoccuparci di spezzare lance o di esibirci in apologie. 

Prendendo infatti in esame le opinioni di persone autorevoli che hanno studiato tutta una vita, siano essi letterati, artisti o scienziati, ci rendiamo infatti facilmente conto di quanto la filosofia sia importante. Autori teatrali e cineasti, ma anche fisici, medici, psicologi, neurobiologi (la lista è davvero lunga) che dichiarano quotidianamente e apertamente di non poter prescindere dalla filosofia. Consideriamo il debito della psichiatria nei confronti della fenomenologia e dell’esistenzialismo (si pensi a Husserl, Heidegger o Jaspers, il quale, non a caso, oltre ad essere psichiatra era anche filosofo esistenziale), il debito della psicoanalisi nei confronti di Schopenhauer e Nietzsche, o, come visto, il debito della fisica nei confronti della tradizione filosofica greca (ma non solo). 

Per fare esempi più recenti, basti pensare alla bioetica, alla neuroetica o alla neuroestetica, per rendersi conto di quanto concretamente la filosofia interferisca con la scienza o con la medicina. E a dirlo sono neuroscienziati di fama mondiale come Ramachandran e premi Nobel per la medicina come Edelman. E il rapporto è ovviamente bilaterale: se da un lato un numero sempre crescente di scienziati scrive di filosofia, dall’altro sempre più filosofi, nei loro libri, danno dimostrazione di interessarsi di astrofisica o di neurofisiologia della visione.

Consiglieresti a noi appassionati di filosofia dilettanti qualche testo interessante sull'argomento?

Storia della filosofia della scienza di David Oldroyd potrebbe essere un buon testo introduttivo. Tra i manuali di storia della filosofia, invece, il migliore per chiarezza e contenuti credo sia I filosofi e le opere di Carlo Sini. Personalmente, ho apprezzato molto anche la storia della filosofia di Emanuele Severino, il quale, però, potrebbe risultare già più impegnativo per un neofita. Tra i libri dei filosofi contemporanei, comunque, è difficile trovarne qualcuno che non richieda e presupponga una previa conoscenza storico-filosofica da parte del lettore. Tra i classici, invece, ti consiglierei di studiare bene Platone e Seneca, i quali costituiscono decisamente una buona base per cominciare.

I saggi filosofici attuali – sia quelli pubblicati in volume e sia quelli pubblicati su riviste specializzate – trattano spesso di biopolitica o di bioetica, quindi non sono semplici; ma del resto, come detto, le considerazioni filosofiche (che non sono mere concettualizzazioni) sono tali solo se dicono qualcosa di nuovo (quindi nulla a che vedere con lo snocciolare aforismi filosofici al ristorante, per capirci) e se poggiano su di una cultura estremamente vasta (com’è anche logico). Guardo infatti con sospetto a quei libri introduttivi sul genere “siamo tutti un po’ filosofi” (la mera capacità di operare concettualizzazioni astratte e di elaborare pianificazioni mentali sarebbe sufficiente, secondo questi testi, a considerarsi filosofi; ma allora, seguendo questa logica, il fatto di avere un’ugola sarebbe sufficiente a considerarsi tenori e il fatto di avere la patente di guida sarebbe sufficiente a considerarsi piloti di formula1). I filosofi, lo ribadisco, studiano duramente, a lungo, con costanza, impegno e serietà, acquisendo determinate competenze. E i concetti filosofici degni di nota scaturiscono dallo studio, ne sono una conseguenza. 

A questo punto ti chiederei dei tuoi progetti per prossime pubblicazioni, ovviamente senza pretendere che ci anticipi troppo.

Dunque, nei miei prossimi saggi tratterò di critica filosofico-letteraria e del dialogo tra scienze cognitive, neuroscienze e filosofia. Quest’anno ho sospeso alcuni progetti perché nel frattempo ho concluso gli studi. Ma, del resto, non ho alcuna fretta di pubblicare libri a raffica. Come diceva il Siddharta di Hermann Hesse: “So pensare. So aspettare. So digiunare”. Parole sagge. Quando pubblicherò un secondo libro, comunque, sarò ben felice di comunicarlo a Reader’s Bench.

Grazie e buon lavoro.

Grazie a te, a Claretta e a tutti i Readers. Buon lavoro anche a voi.


A cura di Diego


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