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23 maggio 2011

GIOVANNI FALCONE



« La mafia non è affatto invincibile. È un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha avuto un inizio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine. Piuttosto bisogna rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e molto grave e che si può vincere non pretendendo eroismo da inermi cittadini, ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni. »

Un’altra giornata di commemorazioni per un altro eroe. Dopo la storia di Peppino Impastato oggi dobbiamo ricordare il giudice Giovanni Falcone, ucciso il 23 maggio del 1992.

Giovanni Falcone nasce a Palermo nel 1939 e qui si laurea in giurisprudenza nel 1961. Arriva al Tribunale del capoluogo siciliano nel 1978; chiede e ottiene di lavorare per l'ufficio Istruzione guidato da Rocco Chinnici, grande innovatore dell’organizzazzione giudiziaria, che aveva chiamato a sé anche un giovane Paolo Borsellino.

Giovanni Falcone è un magistrato ambizioso; comprende immediatamente che per indagare sulle associazioni mafiose è necessario basarsi su ricerche patrimoniali e bancarie. In questo modo scopre un traffico di stupefacenti tra gli Usa e la Sicilia e si reca a New York, primo di una serie di viaggi, durante i quali collaborerà con la polizia statunitense.

Palermo è sotto assedio, non c’è giorno in cui non si registri un morto. I Corleonesi vogliono imporre la propria legge e stabilire, una volta per tutte, chi comanda a Palermo. Muoiono personaggi illustri: Pio La Tore e il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e lo stesso Chinnici, sotituito da Caponnetto.

A Caponnetto va il merito del concepimento dell’idea della creazione di un pool di magistrati che potessero occuparsi esclusivamente dei delitti di mafia.

Il lavoro del pool provoca, immediati, i suoi effetti  grazie soprattutto alla testimonianza dei primi pentiti tra i quali Tommaso Buscetta. Fu lui a raccontare per la prima volta tutti i retroscena dell’organizzazione, le zone di competenza delle diverse famiglie di Cosa Nostra, il ruolo e i nomi degli uomini d’onore.

Informazioni importantissime  che nel 1987 si trasformarono in un Maxiprocesso che sentenziò 360 condanne.

Ma prima che altri pentiti facessero i nomi di politici immischiati negli affari di Cosa Nostra, Caponnetto, per sopraggiunti limiti d’età, lascia l’incarico che viene affidato a Antonio Meli. La delusione per la carica mancata e i metodi diversi di Meli costringono Falcone ad abbandonare Palermo e fu la fine per il pool.

Nel 1989 Falcone fu vittima di un primo attentato mentre era in vacanza con la moglie Francesca. Tra gli scogli, vicino alla loro casa, era stata pazziata una borsa con 58 candelotti di dinamite. Sarà l’ennesimo tentativo di bloccare  il suo lavoro che continuò anche da lontano grazie alla collaborazione di nuovi pentiti.

Si allontana da Palermo e a Roma si convice della necessità di una Super Procura che accentri nelle sue mani tutte le operazioni contro la mafia sul territorio nazionale. Questo, insieme all’inizio della sua attività politica, non fu visto di buon occhio da gran parte della magistratura.

Gli ultimi anni, prima della sua morte, Giovanni Falcone li dedica completamente al lavoro. La sua vita sarà brutalmente mutilata il 23 maggio 1992 lungo un tratto dell’autostrada, vicino Capaci. Una detonazione capace di aprire una voragine nella terra e di inghiottire il giudice Falcone, sua moglie e gli uomini della scorta.

Calunniato da lettere anonime e indagato dallo stesso CSM fu pubblicamente offeso da Cuffaro durante una trasmissione televisiva. Eppure il sorriso sornione, l’espressione riflessiva di un uomo abituato a calcolare ogni mossa, rimaneva invariata nonostante i pensieri, i tormenti del suo cuore e della sua mente.

Consapevole di una vita da recluso, privato della libertà e testimone impotente della morte di suoi colleghi e collaboratori.
 
Delle 900 vittime di Mafia (un numero che cresce di anno in anno) e del loro elenco, letto ogni 19 marzo da Don Luigi Ciotti, forse quello di Giovanni Falcone è quello più famoso e che riecheggia ancora nella nostra memoria.

E’ quello di un uomo che è stato cancellato, di cui non doveva rimanere traccia; abbandonato dallo Stato per cui lavorava e che è colpevole di non aver saputo proteggere uno dei suoi uomini migliori.

Le idee di Falcone e Borsellino non sono svanite, vivono nelle associazioni, nelle manifestazioni, nei sorrisi dei ragazzi che camminano seguendo le loro orme.

A cura di Claretta 

Per approfondire:


"Giovanni Falcone, un uomo normale", Leone Zingales intervista le sorelle Maria e Anna Falcone, Aliberti, 176 pagg, 15 euro



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